Dopo il Prestigio

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Ora è ufficiale. Io e Ivano abbiamo ottenuto lo Scudetto Prestigio. Lo sapevamo già che avevamo raggiunto il risultato tanto atteso e faticato in questi mesi di allenamento fisico e mentale, in cui ogni week-end era scandito da una granfondo, da un allenamento o da una preparazione per la gara successiva, quando insieme siamo arrivati in fondo ai km della Granfondo La Pinarello a Treviso. L’emozione di quel traguardo è stata dirompente, tanto di gioia quanto di sollievo.

L’emozione della Granfondo Campagnolo Roma è stata diversa, ma sempre intensa e da ricordare. La tappa romana ha infatti segnato il momento finale di un lungo percorso fatto di amicizia, sostegno e fiducia con tutte le persone che hanno fatto il tifo per Ivano e me in questo viaggio sulla bici: i quasi 11mila “followers” come ci hanno scritto sulla targa della nostra premiazione romana e tutto lo staff del Centro Nazionale Trapianti e l‘agenzia di comunicazione formicablu che insieme hanno raccontato la nostra storia in rete.

E adesso? E adesso guardiamo al futuro. Scendere dalla bici ora, proprio ora che abbiamo ormai una certa gamba, non si può! Anche a Roma abbiamo voluto fare la gara al meglio, nonostante avessimo già lo scudetto in tasca: rispetto all’anno scorso abbiamo infatti migliorato la nostra performance di 20 minuti e siamo arrivati al traguardo in sole 4 ore e mezzo, rispetto alle quasi 5 dell’anno precedente. Quindi forti di questo allenamento lungo 8 mesi, della consapevolezza che possiamo farcela e confortati dai dati scientifici che abbiamo raccolto durante le 8 gare, Ivano e io stiamo già escogitando cosa inventarci per i prossimi mesi. Forse qualcosa di simile, forse qualcosa di più leggero. Vedremo. Sempre insieme, certo. Squadra vincente, non si cambia. Al massimo, si allarga.

Prevenzione e cura a confronto

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In attesa della Granfondo di Roma con Ivano, oggi voglio parlare di un tema classico per chi come me è impegnato come medico nella promozione dei corretti stili di vita.

Qual è la differenza in termini generali ma anche pratici tra prevenzione e cura? La prima risposta immediata è che, come è facile intuire,  la prevenzione ha il valore aggiunto rispetto alla terapia di intervenire prima che la malattia sia sopraggiunta, proprio per scongiurarne la sua comparsa.

La prevenzione ha poi dei costi minori in termini economici, sia per il singolo che per la comunità, che non sono azzerabili ma che sono senz’altro meno onerosi rispetto alla terapia.

La terapia ha però il vantaggio di essere più “comoda” rispetto alla prevenzione. Viviamo infatti in un’epoca in cui la terapia farmacologica è in grado di rispondere alla maggior parte delle malattie che conosciamo. Per esempio, abbiamo il colesterolo alto? Possiamo prendere una pillola per abbassare i livelli di colesterolo nel sangue. E così, con un gesto quotidiano di pochi secondi, riusciamo a controllare la malattia.

Invece per prevenire alcune malattie dobbiamo seguire un certo stile di vita il cui processo è più impegnativo. Dobbiamo mangiare o muoverci in una certa maniera e questo richiede tempo e un impegno costante, in cui  siamo noi i protagonisti della nostra salute, non la pillola o non il medico che ci prescrive quella pillola.

Ma dal mio punto di vista, dopo anni di esperienza nella mia professione, posso dire che è un impegno che ripaga. E lo dice uno che non è mai stato un integralista ma che si è convinto, andando avanti con gli anni, che effettivamente sia questa l’unica strada da percorrere.

Una gara prestigiosa

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Il sogno di Ivano si è realizzato: lo scorso 12 luglio abbiamo formalmente raggiunto l’obiettivo dello scudetto Prestigio portando a termine la granfondo La Pinarello a Treviso. Ivano con questa settima gara conclusa ha compiuto un’impresa unica nel suo genere e ha dimostrato che, con un corretto allenamento, anche un paziente trapiantato può raggiungere obiettivi e risultati importanti. L’attività fisica e sportiva è infatti uno strumento fondamentale per un trapiantato per tornare a vivere normalmente o straordinariamente, come ha fatto Ivano.

Prima di iniziare la gara, devo ammettere che c’era un po’ di tensione. Ci stavamo “giocando” mesi di impegno e fatica e rovinare tutto per una caduta o un imprevisto sarebbe stato un grande peccato. Ivano iniziava poi a pedalare con qualche acciacco alle vie respiratorie e questo sicuramente non ha aiutato a stemperare la preoccupazione. Ma poi, a ormai metà gara, ha capito che poteva reggere e il traguardo si stava avvicinando sempre di più. Non è stata una gara facilissima. Non tanto per le altezze, che erano decisamente affrontabili dopo lo Stelvio e le Dolomiti, ma per un caldo “birichino”, come si dice in Romagna, che ci ha accompagnato per tutte le sette ore di gara e per diverse cadute di gruppo che abbiamo sempre schivato per un pelo. La più brutta l’abbiamo sfiorata subito dopo la prima discesa. Solo per un colpo di fortuna siamo passati in mezzo a due ciclisti già per terra, evitando di farci travolgere dall’effetto domino delle cadute di gruppo. La brutta sensazione mi è rimasta però addosso e fino all’ultima discesa ho dovuto tenere a freno Ivano, molto più sciolto di me ad andare giù.  Poi finalmente il traguardo si è materializzato davanti a noi. Quando lo abbiamo tagliato, insieme come tutte le gare (anche quelle “misteriose”!) avevo la pelle d’oca e un po’ di “magone” perché avevo in mente quello che Ivano aveva detto: “Da bambino sognavo di partecipare ai mondiali di ciclismo e anche di vincerli”. Dopo questa vittoria, un record mondiale lo ha davvero fatto!

Per lui e per tutti quelli che come me hanno vissuto questa esperienza con lui, il significato più profondo di questa avventura è stato dimostrare che un paziente trapiantato può essere un ciclista come altri e che una donazione e un trapianto possono davvero restituire una vita piena. Ora però la nostra avventura non è finita. Ci riposeremo un pochino, ma non troppo. La prossima settimana siamo a Trento, fuori dal circuito Prestigio, più come ospiti che come corridori. E per chiudere il cerchio lì dove tutto è iniziato. Poi il nostro prossimo grande appuntamento sarà a Roma alla Granfondo di ottobre, dove saremo insieme alla squadra dei ciclisti trapiantati e degli esperti del progetto “Trapianto… e adesso sport”, cioè amici, medici e compagni di bicicletta, per pedalare ancora una volta lungo le strade della capitale e testimoniare l’efficacia di un trapianto e l’importanza della donazione degli organi.

L’attività fisica? Fa bene a tutti

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In questo percorso che stiamo portando avanti io e Ivano, oltre a raccontare la nostra sfida per ottenere il Prestigio, puntiamo molto a promuovere lo sport e l’attività fisica come elemento fondamentale per migliorare e recuperare la qualità di vita dei pazienti trapiantati, in linea con gli obiettivi del progetto “Trapianto…e adesso sport“. Ma quello che mi preme raccontare come medico dello sport è che in generale l’attività fisica fa bene a tutti. Anche per esempio ai pazienti che sono in attesa di un trapianto.

Come mi è capitato già di scrivere, il compito di noi medici che ci occupiamo di questo settore è quello di adeguare la prescrizione dell’attività fisica alle capacità del paziente. Faccio un esempio. I pazienti cardiopatici scompensati. Ci sono diverse classi di paziente cardiopatico scompensato, a seconda delle caratteristiche della malattia. Abbiamo infatti le classi 1, 2, 3, e 4. Ma in tutti i casi, anche nel paziente cardiopatico scompensato che non riesce a salire le scale perché non ce la fa, il nostro ruolo non è impedire di fare attività fisica, ma individuarne e prescriverne una che sia inferiore al livello di impegno fisico che scatena la dispnea, cioè il fiato corto da carenza di ossigeno perché il cuore non lavora bene.

Quindi anche ai pazienti in attesa di trapianto è assolutamente concessa un’attività fisica che arrivi fino a un certo livello di impegno fisico, andando a calibrare bene intensità e durata, la cosiddetta posologia come scrivevo qualche tempo fa, facendo un paragone con i farmaci. Dopo il trapianto, poi, questa stessa attività fisica dev’essere ancora consigliata in modo che i tempi di recupero siano inferiori a quelli prima del trapianto, perché il livello di partenza viene alzato.

Il mistero dello Stelvio

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Formalmente ho raggiunto il traguardo della Granfondo Stelvio Santini. Fianco a fianco di Ivano, anzi praticamente insieme. Stesso tempo, solo uno scarto di pochissimi decimi di secondo. Se guardate l’elenco di chi è arrivato in fondo alla gara, il mio nome compare al posto 909, subito dopo quello di Ivano, con un tempo di 8 ore, 37 minuti e 27 secondi. Potrei allora raccontarvi che è stata una gara faticosa, con grandi altezze, in alcuni tratti fatta a spinta, scendendo dalla bici e portandola a fianco mentre col fiatone si camminava su per il passo Mortirolo. E che poi nell’ultimo tratto, quello dello Stelvio, il più temuto e allo stesso tempo agognato da tutti, ho faticato tantissimo, ma ho tenuto duro e alla fine ho tagliato il traguardo. Con enorme soddisfazione perché ero reduce da una brutta infezione virale alle vie respiratorie che mi ha tenuto a casa senza allenarmi i giorni prima della gara, sotto antibiotici e con l’ansia di saltare una gara così importante.

Ma le cose non sono andate così. Il mio nome nell’elenco degli intrepidi, allenati e tenaci ciclisti c’è davvero. E il mio pettorale è andato su e giù per lo Stelvio. Ma mentre Ivano spingeva forte sui pedali fino a 2758 metri di altezza, per la prima volta in una parte di percorso da solo in questa avventura per il Prestigio, io ero ormai rientrato in albergo a Bormio, a soli 31 chilometri dal traguardo, ma stanco dopo 121 km di sforzi e consapevole che più di così non potevo dare, dopo i giorni di malattia che mi hanno tagliato il fiato e le gambe. Ci ho pensato un po’, prima di mollare e lasciare che Ivano completasse il suo sogno, perché superare lo Stelvio è dall’inizio di questo percorso insieme uno dei suoi obiettivi più importanti. Ma io che lo Stelvio l’ho superato qualche anno fa, sapevo che le mie condizioni fisiche non mi permettevano di affrontare l’ultimo pezzo di gara. La mia testa mi diceva di tornare in albergo ad aspettare Ivano e gioire con e per lui, ma questa volta a distanza.

Allora qual è il mistero del mio arrivo? Molto semplice. All’inizio della gara ci è stato chiesto di consegnare un completo invernale da indossare poco prima dello Stelvio. Quando siamo ripassati nel percorso a Bormio, io sono uscito dalla gara e ho chiesto a Ivano di ritirare anche il mio completo, attraverso il mio pettorale. E così ha fatto. E quando ha tagliato il traguardo, aveva quindi con sé il mio pettorale e il suo. A ogni pettorale era “agganciato” un particolare chip che serve all’organizzazione per stilare la classifica degli arrivati in base al tempo di arrivo ed ecco svelato perché Gianluigi Sella è lì nella lista.

State pensando: “Ma non potevi far finta di nulla e dire che eri arrivato davvero alla fine della gara”? Ecco. Io non ci ho mai pensato. Ho avvisato l’organizzazione e sto raccontando tutto perché non farei mai una cosa del genere. Non si vincono gli scudetti facendo finta. Ci ho provato, ma non ho concluso la gara. Quindi, ora si ricomincia per portare a casa un altro punto per il Prestigio. Per essere in pari con Ivano, parteciperò a un’ulteriore Granfondo tra 10 giorni, alla gara a Feltre, anche quella bella tosta. Sarò da solo, dall’inizio alla fine questa volta. Per poi tornare di nuovo in pista, di nuovo con Ivano, il 5 luglio a Corvara, per la Maratona delle Dolomiti. E lì spero che taglieremo di nuovo insieme il traguardo, ma questa volta entrambi in sella alle nostre bici.

Allenamento tutto l’anno

Non c’è domenica che passi, sia con il sole, con la neve, con il caldo e con il freddo, che io non la passi un po’ in bicicletta, per allenarmi. Ed è sempre stato così, anche prima che iniziasse questa avventura per conquistare lo Scudetto Prestigio con Ivano. E poi sfrutto tutte le occasioni, come il percorso casa-lavoro da Lugo a Ravenna, andata e ritorno. 56 km in sella alla mia bici per correre e rilassarmi.

Io, medico dello sport, e il post-trapianto

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Quale è il mio ruolo di medico dello sport nel percorso di un paziente, come Ivano, che ha subito un trapianto? Riassumendo: valutare quali sono le sue condizioni generali e le sue possibilità e instradarlo verso la migliore o le migliori attività fisiche che può fare.

Ma come avviene questo processo? La valutazione iniziale è una fase importantissima, in cui bisogna individuare quali sono le performance cardio-vascolari del paziente e quali sono le sue possibilità. Avendo questi dati in mano, posso quindi fare una vera e propria prescrizione di attività fisica che, così come si fa con i farmaci, deve riportare la tipologia e il “dosaggio”: quale sport fare e con quale intensità e frequenza farlo.

L’attività fisica può essere sia di tipo aerobico che di resistenza, perché anche attività di questo tipo possono essere concesse, ovviamente prendendo in considerazione carichi che siano adeguati alle possibilità del paziente. 
Individuare la disciplina giusta per il paziente è fondamentale perché posso sperare che collabori e davvero porti avanti il suo percorso sportivo post-trapianto, se come medico dello sport sono bravo a capire quali possano essere gli sport, non solo adatti, ma anche di gradimento del mio paziente. E questo è ancora più importante per i pazienti che prima del trapianto hanno fatto poca o nessuna attività fisica. Per Ivano, appassionato fin da ragazzino di ciclismo, era abbastanza facile individuare cosa avrebbe voluto fare!

Poi devo creare delle occasioni di attività fisica, cioè devo indicare una serie di strutture o eventi sportivi in cui il paziente può portare avanti il suo percorso in sicurezza, seguito da personale professionale e qualificato, e, perché no, in un ambiente socializzante.

Infine il passaggio successivo è il cosiddetto follow-up, ovvero seguire nel tempo il paziente, monitorando le sue performance e la risposta del suo corpo e qualche volta sostenendolo nei momenti, assolutamente “fisiologici”, di scoraggiamento, come è successo qualche volta anche con Ivano. In quei casi, guardo le analisi, i dati, le evidenze, la letteratura medica e faccio parlare la scienza medica. Infatti, al di là del nostro rapporto di amicizia, come medico, il mio primo compito è vigilare sulla sua salute.

Si sono ristabilite le gerarchie

Se dovessi riassumere con una battuta come è andata questa gara, direi: “Si sono ristabilite le gerarchie”. Sì, perché, dopo la Via del Sale, in cui la mia performance sembrava superare quella di Ivano, alla Dieci Colli di Bologna è stato nuovamente chiaro che è lui ad andare più forte.

La granfondo, ormai storica, del 1° maggio è stata piuttosto impegnativa, come d’altronde ci aspettavamo. 174 km e 151 metri conquistati dal primo all’ultimo. Siamo partiti tranquilli, con la consapevolezza che sarebbe stata una delle gare per il Prestigio più faticosa. Accompagnati da una folla di 2100 partenti. Io ancora una volta, come a Cervia, con la mia telecamerina sul caschetto.

Dopo circa 30-40 km, l’impegno della Dieci Colli si è fatto sentire. Mentre Ivano spingeva con grinta, io invece sentivo che facevo fatica. E la prospettiva di avere davanti a me altri 130 km abbondanti non mi ha di certo risollevato. Un inizio non proprio brillante, che mi ha un po’ sorpreso, così come il percorso che non conoscevo perché era la prima volta che lo affrontavo.

Poi però, nonostante dieci salite, come dice il nome stesso, belle “toste” con dislivelli fino a 4000 metri, ho raggiunto un equilibrio e mi sono rimesso al passo di Ivano. A 30 km dell’arrivo mi ero ormai mentalmente liberato dalla fatica fisica e mentale del lungo percorso ancora da fare, e mi sono goduto il finale. Sempre insieme a Ivano, perché per un nostro patto non scritto, anche se lui va più forte e, come in questo caso, potrebbe arrivare prima di me, si fa la strada insieme e insieme si taglia il traguardo.

Lo abbiamo tagliato dopo 7 ore e 25 minuti. Ne preventivavo 6-7, ma tutto sommato siamo soddisfatti perché, anche se ci abbiamo messo di più di quello che pensavamo, sia Ivano che io non eravamo distrutti all’arrivo. All’arrivo ci aspettava ancora la troupe RAI per intervistarci, per raccontare l’impresa di Ivano, e siamo riusciti a fare anche qualche foto e qualche battuta con Davide Cassani, CT della nazionale italiana ciclismo.

Quindi, bene, anche questa terza granfondo per il Prestigio è andata. Possiamo guardare al prossimo traguardo da raggiungere.

Dalle maratone alle Granfondo

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Quest’anno sono esattamente 20 anni che corro in bici. Prima facevo comunque sport e correvo, ma come podista. Ho fatto anche alcune maratone, tra cui quella di New York. Un’esperienza unica e irripetibile, che consiglierei a tutti coloro che fanno podismo. Per spiegare cosa sia la maratona di New York faccio sempre questo paragone con la maratona di Roma: tutta la città di New York vive la maratona, la città di Roma invece la sopporta. Cosa significa che la città di New York vive la maratona? Un piccolo esempio: passi tu per le vie del percorso e prima di te la gente ai bordi delle strade ha già visto passare altri 20000 concorrenti. Be’, il loro calore e il loro entusiasmo è sempre lo stesso!

Mi piaceva correre, ma già praticavo un po’ di bici. Poi nel 1994, dopo un incidente, mille peripezie e interventi, ho dovuto smettere con la corsa e mi sono dedicato pienamente alla bicicletta. Non è stato un ripiego, perché oggi, dopo aver fatto a lungo entrambe le esperienze posso dire che sono due sport che amo ugualmente. Anche se con sostanziali differenze tra loro e vantaggi. Con la bicicletta il paesaggio è più vario e più movimentato tra salite e discese, mentre a piedi il percorso è più monotono. Allenarsi per correre a piedi però richiede meno tempo rispetto alla bici, e non è un vantaggio di poco conto. Poi a piedi di solito arriva primo chi va più forte. In bici generalmente no, perché ci sono diverse variabili che incidono, come tenere la ruota in un certo modo, o avere la ruota giusta, o risparmiare le energie nel percorso. Quindi anche chi non va forte, ma ha dei tempi mediamente buoni come i miei, può sfruttare queste accortezze per avvantaggiarsi anche contro chi va più forte di te. Ed è lì che la gara diventa più divertente.

Anche la seconda Granfondo è fatta

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E anche questa è fatta. La scorsa domenica io e Ivano abbiamo portato a casa la conclusione della seconda Granfondo valida per lo scudetto Prestigio, la “Via del Sale” di Cervia. 150 km e rotti di fatica, ancora fisiologica.

Un tempo discreto, 5 ore e 47 minuti, perfettamente in linea con le aspettative che ci eravamo dati: tra le 5 ore e mezzo e le 6 ore. E molta soddisfazione perché procediamo e perché so che potevo anche dare qualcosa in più. L’allenamento costante e regolare in vista del Prestigio influisce infatti positivamente sulle mie performance: ho notato che non arrivo più in fondo al traguardo distrutto. Non sono mai stato così allenato e così motivato a farlo!

In quest’ultima gara ho anche avuto un impegno in più: avevo montato sul casco una piccola telecamera per fare qualche ripresa “da dentro” nella folla dei ciclisti. La telecamerina è sì piccola, ma non è senza peso! Quindi, dopo circa un’ora, l’ho messa in tasca per poi recuperarla in vista del traguardo. Ora sono davvero curioso di vedere cosa i miei occhi hanno visto e registrato durante l’inizio e la fine della Granfondo.

Adesso, prima di pensare alla prossima gara, l’impegnativa Dieci colli di Bologna, devo tornare a dedicarmi al mio lavoro e a seguire Ivano come medico per il progetto “Trapianto…e adesso sport”. Siamo compagni di sport in questa avventura, ma prima di tutto siamo alleati nella vita di tutti i giorni nel suo percorso di salute.