4° episodio – La grande salita

Gara dopo gara, chilometro dopo chilometro, salita dopo salita siamo arrivati alla quarta puntata della webserie Di Nuovo In Pista. Ivano e Gianluigi, superando le curve delle granfondo che devono affrontare per arrivare a conquistare lo Scudetto Prestigio, ripercorrono la grande salita del post-trapianto, in cui bisogna accogliere con cura e pazienza un organo nuovo nel proprio organismo. Una nuova vita inizia e lo sport, ci raccontano i nostri due protagonisti, può essere una parte importante di questa nuova fase.

 

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L’attività fisica? Fa bene a tutti

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In questo percorso che stiamo portando avanti io e Ivano, oltre a raccontare la nostra sfida per ottenere il Prestigio, puntiamo molto a promuovere lo sport e l’attività fisica come elemento fondamentale per migliorare e recuperare la qualità di vita dei pazienti trapiantati, in linea con gli obiettivi del progetto “Trapianto…e adesso sport“. Ma quello che mi preme raccontare come medico dello sport è che in generale l’attività fisica fa bene a tutti. Anche per esempio ai pazienti che sono in attesa di un trapianto.

Come mi è capitato già di scrivere, il compito di noi medici che ci occupiamo di questo settore è quello di adeguare la prescrizione dell’attività fisica alle capacità del paziente. Faccio un esempio. I pazienti cardiopatici scompensati. Ci sono diverse classi di paziente cardiopatico scompensato, a seconda delle caratteristiche della malattia. Abbiamo infatti le classi 1, 2, 3, e 4. Ma in tutti i casi, anche nel paziente cardiopatico scompensato che non riesce a salire le scale perché non ce la fa, il nostro ruolo non è impedire di fare attività fisica, ma individuarne e prescriverne una che sia inferiore al livello di impegno fisico che scatena la dispnea, cioè il fiato corto da carenza di ossigeno perché il cuore non lavora bene.

Quindi anche ai pazienti in attesa di trapianto è assolutamente concessa un’attività fisica che arrivi fino a un certo livello di impegno fisico, andando a calibrare bene intensità e durata, la cosiddetta posologia come scrivevo qualche tempo fa, facendo un paragone con i farmaci. Dopo il trapianto, poi, questa stessa attività fisica dev’essere ancora consigliata in modo che i tempi di recupero siano inferiori a quelli prima del trapianto, perché il livello di partenza viene alzato.

Sopravvissuto al Mortirolo

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“Bè, vorrei proprio vedere te!” Ecco cosa sembra dire la mia faccia, occhi sgranati e lingua quasi a penzoloni. Il tutto indirizzato all’autore di questa foto, che mi immortala mentre affronto le fatiche del Mortirolo durante la mitica granfondo Stelvio Santini: Daniele Simonetti, ciclista pure lui, che quindi poteva capire bene la mia espressione stralunata.

Eppure in quel caso Daniele, giornalista di Cicloturismo, era “comodamente” seduto su una moto della sicurezza, e seguiva noi partecipanti su e giù per i passi di Bormio. Confesso che in un paio di momenti avrei fatto volentieri cambio di mezzo con lui… Soprattutto una volta arrivati al ristoro di Bormio: la fine? Ma nemmeno per sogno! La sosta è servita solo per recuperare le energie, poi è iniziata la vera sfida: la scalata dello Stelvio.

Tra i primi posti nello speciale carnet dei sogni tirato fuori per l’impresa Prestigio: 2758 metri circondati da un panorama mozzafiato, da far venire i brividi. Scalare lo Stelvio per me è stato ancora più simbolico, perché per la prima volta mi sono ritrovato da solo.

Gianluigi si è dimostrato una volta di più un vero amico, oltre che un vero sportivo: sapersi fermare può essere difficile quanto continuare a spingere sui pedali, e lui ha capito che stavolta doveva rinunciare ad arrivare fino in fondo, perché era reduce da una brutta influenza e ha sentito che gli ultimi chilometri sarebbero stati troppi. Ma mi ha detto di andare avanti, e all’arrivo era con me a gioire di un successo che per quanto mi riguarda è sempre comune.

Anche perché tecnicamente non è del tutto vero che il nostro buon medico-ciclista non ha tagliato il traguardo… Che significa? Scopritelo leggendo il mistero dello Stelvio!

Il mistero dello Stelvio

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Formalmente ho raggiunto il traguardo della Granfondo Stelvio Santini. Fianco a fianco di Ivano, anzi praticamente insieme. Stesso tempo, solo uno scarto di pochissimi decimi di secondo. Se guardate l’elenco di chi è arrivato in fondo alla gara, il mio nome compare al posto 909, subito dopo quello di Ivano, con un tempo di 8 ore, 37 minuti e 27 secondi. Potrei allora raccontarvi che è stata una gara faticosa, con grandi altezze, in alcuni tratti fatta a spinta, scendendo dalla bici e portandola a fianco mentre col fiatone si camminava su per il passo Mortirolo. E che poi nell’ultimo tratto, quello dello Stelvio, il più temuto e allo stesso tempo agognato da tutti, ho faticato tantissimo, ma ho tenuto duro e alla fine ho tagliato il traguardo. Con enorme soddisfazione perché ero reduce da una brutta infezione virale alle vie respiratorie che mi ha tenuto a casa senza allenarmi i giorni prima della gara, sotto antibiotici e con l’ansia di saltare una gara così importante.

Ma le cose non sono andate così. Il mio nome nell’elenco degli intrepidi, allenati e tenaci ciclisti c’è davvero. E il mio pettorale è andato su e giù per lo Stelvio. Ma mentre Ivano spingeva forte sui pedali fino a 2758 metri di altezza, per la prima volta in una parte di percorso da solo in questa avventura per il Prestigio, io ero ormai rientrato in albergo a Bormio, a soli 31 chilometri dal traguardo, ma stanco dopo 121 km di sforzi e consapevole che più di così non potevo dare, dopo i giorni di malattia che mi hanno tagliato il fiato e le gambe. Ci ho pensato un po’, prima di mollare e lasciare che Ivano completasse il suo sogno, perché superare lo Stelvio è dall’inizio di questo percorso insieme uno dei suoi obiettivi più importanti. Ma io che lo Stelvio l’ho superato qualche anno fa, sapevo che le mie condizioni fisiche non mi permettevano di affrontare l’ultimo pezzo di gara. La mia testa mi diceva di tornare in albergo ad aspettare Ivano e gioire con e per lui, ma questa volta a distanza.

Allora qual è il mistero del mio arrivo? Molto semplice. All’inizio della gara ci è stato chiesto di consegnare un completo invernale da indossare poco prima dello Stelvio. Quando siamo ripassati nel percorso a Bormio, io sono uscito dalla gara e ho chiesto a Ivano di ritirare anche il mio completo, attraverso il mio pettorale. E così ha fatto. E quando ha tagliato il traguardo, aveva quindi con sé il mio pettorale e il suo. A ogni pettorale era “agganciato” un particolare chip che serve all’organizzazione per stilare la classifica degli arrivati in base al tempo di arrivo ed ecco svelato perché Gianluigi Sella è lì nella lista.

State pensando: “Ma non potevi far finta di nulla e dire che eri arrivato davvero alla fine della gara”? Ecco. Io non ci ho mai pensato. Ho avvisato l’organizzazione e sto raccontando tutto perché non farei mai una cosa del genere. Non si vincono gli scudetti facendo finta. Ci ho provato, ma non ho concluso la gara. Quindi, ora si ricomincia per portare a casa un altro punto per il Prestigio. Per essere in pari con Ivano, parteciperò a un’ulteriore Granfondo tra 10 giorni, alla gara a Feltre, anche quella bella tosta. Sarò da solo, dall’inizio alla fine questa volta. Per poi tornare di nuovo in pista, di nuovo con Ivano, il 5 luglio a Corvara, per la Maratona delle Dolomiti. E lì spero che taglieremo di nuovo insieme il traguardo, ma questa volta entrambi in sella alle nostre bici.

31 maggio: dieci anni dal trapianto nella Giornata Nazionale della Donazione

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Il 31 maggio 2005, all’Ospedale Niguarda di Milano, affrontavo un trapianto di cuore. Per questo ieri è stata una giornata molto importante: sono passati dieci anni esatti dal giorno in cui sono tornato a vivere. E questa ricorrenza ha avuto per me un’importanza doppia, perché cadeva esattamente nella Giornata Nazionale della Donazione di Organi e Tessuti.

Ho deciso di dare il mio contributo per sensibilizzare alla donazione. Sono andato a Bedizzole, dove l’A.N.T.O. di Brescia aveva preparato uno stand con depliant e materiale informativo.

Lì abbiamo passato la mattinata a parlare con le persone, raccontando come un estremo gesto di altruismo possa salvare una vita. Come è successo a me dieci anni fa. E come è successo alla piccola Elena, 4 anni, che come me ha affrontato un trapianto di cuore. Era lì con la sua mamma e il suo fratellino: insieme sono una vera forza della natura. Abbiamo parlato molto, e abbiamo fatto questa bella foto che ci è rimasta come ricordo di una bella giornata.

Ho raccontato alla mamma di Elena la mia storia, dandole qualche suggerimento su come portare avanti questo cammino. Chi ha affrontato un trapianto non deve vivere sotto una campana di vetro: in modo graduale, con qualche precauzione, è possibile tornare a una vita normale.

Io l’ho fatto, riprendendo il sogno che avevo chiuso in un cassetto durante la malattia: correre in bicicletta. Sto cercando di realizzarlo in pieno questo sogno, mentre cerco, insieme all’amico, medico e compagno di squadra Gianluigi, di portare a casa lo scudetto Prestigio. Collezionando anche molte soddisfazioni: come settimana scorsa, quando siamo stati tra i 2500 a tagliare il traguardo del percorso lungo della mitica Nove Colli di Cesenatico. Una bella soddisfazione, visto che eravamo partiti in 8500!

Oggi voglio dedicare questo successo a Elena, perché possa realizzare i suoi sogni come sono riuscito a fare io. Coraggio piccola, siamo con te!